Al funerale A.C. ci era arrivato in macchina, con Tatano.
Virginia zoppicando, insieme alla madre di Rò.
Dalia Maria se ne andava come una regina.
Il corteo partiva dalla piazza, percorreva tutta la via principale per arrivare fino quasi alla stazione, poi si dirigeva verso gli uliveti e le vigne, che erano lì per far compagnia ai morti.
Il capostazione aveva chiesto permesso e affidato il comando a Giustina la casellante; Santini non visitò Zio Luigi Canedda, che aveva la tosse.
Percopo era già al cimitero, con gli zoccoli della domenica e dei fiori in mano. Qualcuno rise.
Qualcun altro sputò per terra.
Rocco Berdui tratteneva a stento la moglie, che si strappava i capelli, cercandovi sotto la vita di Dalia Maria, con gli altri figli rotti, ai suoi piedi.
Tre o quattro ragazzi ridevano di nascosto.
Tommaso parlava all’orecchio di A.C., che iniziò a fotografare tutto, da lontano, piegando le ginocchia.
Dalla finestra vidi Dalia Maria che lasciava la piazza, e pensavo che ora
non l’avrei rivista mai più,
e che chissà se si sentiva sola e dispiaceva anche a lei.
Rocco Berdui tratteneva a stento la moglie, che si strappava i capelli, cercandovi sotto la vita di Dalia Maria, con gli altri figli rotti, ai suoi piedi.
A.C. scattava, da sotto il suo borsalino, e scattava.
Non sudava mai,
non sbagliava mai.
Al terzo scatto Rocco si voltò.
Nonno lasciò piano la Pentax a pendere
dal collo.
Tommaso li guardò entrambi, asciugando il sudore
sotto il cappello della divisa buona.
I campanelli delle pecore sul monte
li avrebbero sentiti anche i morti
non fosse stato per la spatola di Ciccittu,
che chiudeva la porta a Dalia Maria.